
La mia storia
“Non puoi parlar di Vittoria
se non racconti tutta la Storia.”
Dei nove mesi nella pancia di mamma non ricordo nulla, però sono sicura che saranno stati nove mesi meravigliosi, cosa c’è di più bello che essere portati a zonzo, cullati e massaggiati dal liquido amniotico, nutriti attraverso il cordone ombelicale.
Sono nata il 17 di aprile del 1969, una bimba di tre chili e nove con tanti capelli. La mia vita se dovessi descriverla in due parole, la potrei definire: “un inferno”. A tre anni, mi ammalai di asma in forma grave, che ancora un po’ mi affligge, malattia che a mio parere ha condizionato tutta la mia esistenza.
A causa della mia fragile salute, mi fu proibito correre, affaticarmi, e persino di ridere e parlare troppo, tutto quel che era gioco per me era divieto, perché poteva compromettere il mio respiro, e pertanto nella solitudine di casa, tra un disegno e un cartone animato sono cresciuta alimentando i miei sogni.
“Mamma non posso respirare, mica muoio?” (3 anni)
Anche l’asilo mi fu precluso, non potevo rischiare di ammalarmi perché anche il più semplice raffreddore rischiava di degenerare in asma. Quando fui in età scolastica i miei pensarono bene di iscrivermi in primina, un salto di qualità niente male, dal tavolo della cucina ai banchi di scuola. Quell’anno avanti mi pesò non poco, un anno in un bambino è essenziale per la sua maturità fisica e mentale, ed ecco che in seconda elementare fu proiettata in una classe di bimbi tutti più grandi di me di un anno, intanto l’asma aveva già logorato le mie certezze, e mi aveva resa una bambina docile è mansueta, felice con poco, forse con troppo poco.
Quella che agli occhi di tutti appariva dolcezza, in realtà era qualcosa di molto grave si chiamava arresa. L’Arresa è una delle figlie della Paura, una Paura che ormai si era ramificata nella mia esistenza impossessandosi di ogni mio stato d’animo.
Da quel momento in poi, la vita per me divenne pesante, pesante era la scuola e le aspettative di mio padre, pesante era sostenere lo sguardo della maestra quando non brillavo nei compiti, la vita era pesante ed io avevo solo 7 anni.
Ricordo chiaramente che giunta alle scuole medie, ero ormai talmente stanca di vivere, che a soli 13 anni desiderai ardentemente di mettere fine alla mia vita, ma tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, è quel mare si chiamava Paura, fu la paura a salvare la mia vita.
Questa Paura che era solo dentro di me, che nessuno vedeva, nessuno capiva, all’apparenza per tutti era inspiegabile: “Una ragazza difficile, fragile, travagliata” – dicevano. “Eppure non le manca nulla”, sentivo spesso ripetere, ed in realtà era proprio così non mi mancava nulla, i miei genitori mi amavano, con i miei fratelli ero in armonia, ma io ero sempre triste, sempre pessimista, sempre paurosa.
- Incominciai a sentirmi in colpa perché non ero felice.-
Quando compresi che non sarei mai stata capita, che la realtà degli altri era diversa dalla “mia realtà interiore”, indossai la maschera dell’apparenza per vergogna, per essere come gli altri.
Come stai? Bene Grazie!
Ma io stavo male.
Gli anni successivi, la Paura divenne sempre più invadente, e fu così che la maschera cadde miseramente, ormai non potevo più nascondermi agli altri, e per tutti divenni la malata.
Mi ammalai di anoressia, quando avevo meno di 18 anni, nel tentativo di somigliare a qualcosa che potesse attirare consensi, perché non avendo amore per me stessa, incominciai a cercarla attraverso i sorrisi della gente e i loro consensi, divenni 45 kg, uno scheletro per tutti, ma ai miei occhi continuavo ad essere obesa. Quando mi resi conto che l’appetito era completamente scomparso capì che stavo rischiando di morire, ed anche stavolta in mio soccorso venne la Paura. Lentamente ripresi a nutrirmi, ma si sa il passo dall’anoressia alla bulimia è breve, e divenni bulimica.
Uno stato di malessere ormai mi accompagnava in ogni momento della giornata, io lo chiamavo “la morte sulla noce del collo”, ma ha un nome medico si chiama Depressione, un senso di insoddisfazione continuo, un manto grigio colorava ogni cosa, un deserto che avanzava arido sembrava aver preso di mira il mio cuore, avevo bisogno di motivi per continuare ad avanzare nella mia esistenza, e fu allora che incominciai a “viziarmi”, comprando cose, scarpe, rossetti, abiti, nella speranza che un barlume di luce tornasse a risplendere sul mio cuore afflitto. Ma fin troppo presto mi resi conto che i fuochi che accendevano erano di breve durata, e finito il loro effetto, il motore della Vita si fermava di nuovo. Quando mi fu chiaro il circolo vizioso in cui ero finita, le cose persero di avere effetto e come assuefatta a tutto, mi ritrovai a vagare nel deserto della vita, dove niente più sazia e niente più ti disseta.
In questo stato di prostrazione e di completo non amore per me stessa, spinta anche dai miei genitori, fu deciso che era giunto il momento di sposarmi, avevo 24 anni. Non avevo scampo DOVEVO sposarmi:“Del resto una donna se non si sposa e fa i figli, che donna è” – diceva di continuo mia madre.
Scelsi il mio compagno di vita, accecata dal dolore, in preda alla più apatica delle sconfitte, vittima di me stessa, e quando cammini nel buio rischi di farti male. Profonde divergenze caratteriali, resero questo matrimonio pieno di incomprensioni e violenze. Il fallimento del mio matrimonio fu troppo da sopportare e caddi in un abisso profondo da dove è difficile fare ritorno. Dopo uno stato iniziale di intontimento ti abitui a tutto anche alla “morte interiore” ero ormai uno zombie della vita, tentai la risalita non ebbi il coraggio di togliermi la vita, e di nuovo fu la Paura a legarmi al vivere.
I nemici della risalita furono lì pronti a puntarmi le dita, ma stavolta i miei nemici non erano più le persone che ostacolavano il realizzo dei miei sogni, ma erano mostri fatti di aria, e si chiamavano Attacchi di Panico, Claustrofobia, Agorafobia, mi umiliavano e mi crocifiggevano in ogni istante, spingendomi ad abbandonare la risalita. Quante volte sono ricaduta giù negli abissi, e quante volte ho raccolto la me stessa fatta a pezzi, ricucendomi alla luce di una fioca luce, la luce del mio cuore.
Pregavo di continuo Dio di aiutarmi, di liberarmi dall’inferno di un esistenza che non avevo chiesto, e queste preghiere presi a scriverle su carta, ed accadde qualcosa che per me ebbe del miracoloso, ero pronta a riversare dolore, angosce e frustrazioni e lacrime di sangue, ma sulla carta lasciavo sempre parole pregne di luce e speranza…
“Io, proprio io che di speranze non ne avevo più.”
Le mie preghiere sulla carta diventavano risposte. Quelle risposte sono state la fune che mi ha tirata fuori dagli abissi, sono le mie favole, sono i miei aforismi, e non sono un miracolo, sono semplicemente il frutto di un cammino di ricerca, di un cuore che ha patito tanto dolore e che ha cercato una via di fuga alla sua disperazione.
Oggi sono felice della mia vita, la cappa grigia che non mi permetteva di respirare si è dissolta alla luce della comprensione. Oggi io mi voglio bene, mi stimo, mi comprendo, sento in me scorrere una grande forza e sono persino diventata vegetariana.
La favola-terapia è nata per salvare me, ma nel corso di questi anni, ha aiutato molte persone che si sono riconosciute in un cammino, che a mio parere ci accomuna tutti, il cammino del Cuore.
Ogni Uomo ha la sua Storia,
ed ogni Storia è un Sole che matura i suoi frutti.
Le mie Favole e i miei Aforismi
sono i miei Frutti.

cleoniceparisi@live.it

LIBRI

marzo 11th, 2010