L’esperienza non ha voce se non la nostra stessa voce, non ha gambe se non le nostre stesse gambe, non ha occhi se non i nostri stessi occhi.
Ancora un’altra superstite era sfuggita alle nere dita della vita, riuscendo a scalare il grande abisso ed il popolo della luce era lì pronto ad accoglierla:
La superstite: C’erano mani che uscivano dal buio e che mi toccavano frenando il mio procedere, due mani erano ferme sui miei occhi, un’altra mi serrava la bocca, altre due mi impedivano di ascoltare!
Donna di Luce: Da dove vieni piccola mia, come si chiama codesto luogo da cui sei scampata?
La superstite: Vengo dall’inferno delle mani!
Donna di Luce: Come hai fatto ad uscirne, chi ti ha aiutata?
La superstite: Nessuno lì ti può essere di aiuto ogni uomo è immerso nel buio più assoluto e si sente solo e perduto.
Donna di Luce: Cosa facesti per meritare un così infausto destino?
La superstite: Nulla, se non decidere di continuare il mio cammino!
La donna che era appena uscita da un cratere in terra, fu aiutata a risalire dal Popolo della Luce e venne condotta in una tenda per riposare, al risveglio venne portata sino al lago delle quattro acque, dove fu fatta immergere e quando ne uscì sentì la stanchezza andare via e nel suo corpo scorrere una vigorosa energia, tutto il Popolo della Luce le si sedette intorno:
Il popolo della Luce: Racconta e non trascurare alcun particolare?
Erano tutti in silenzio ad aspettare che dalle sue labbra fluissero fiumi di parole ma la donna tacque in un luminoso sorriso.
Il popolo della Luce: Perché non racconti nulla?
La superstite: Volete sapere dell’Inferno delle Mani?
Il popolo della Luce: Si, si! Che posto è, dove si trova, come dobbiamo fare a non caderci?
La superstite: Piuttosto chiedetevi come avete fatto a dimenticarlo? Anche voi provenite da lì, non ci sono altre strade per raggiungere la Luce.
Gli uomini e le donne di quel luminoso popolo si guardarono negli occhi gli uni con gli altri, cercando di tornare indietro con la memoria ma nulla affiorò nella loro mente, ora vivevano felici erano rinati alla vita e non avevano conservato alcun ricordo di quello che era stato il loro passato.
La donna capì che quello sarebbe stato anche il suo destino, ma lei non voleva dimenticare voleva essere di aiuto a chi era ancora in quell’inferno sperduto, e fu così che decise di trascrivere tutte le sue esperienze su delle grandi foglie, pose poi al centro di ognuna di esse una pietra e dopo averle chiuse con fili d’erba, incominciò a lanciarle nel profondo burrone da cui era uscita.
La donna di Luce: Cara ma perché continui a scrivere e buttare le tue foglie negli abissi?
La superstite: L’esperienza non ha voce se non la nostra stessa voce, non ha gambe se non le nostre stesse gambe, non ha occhi se non i nostri stessi occhi, e chi vaga nell’inferno delle mani ha affinato queste qualità, saprà riconoscere i giusti messaggi per uscire da là.
La donna non finì mai di ricordare e i messaggi negli abissi continuò a lanciare, e ben presto fu lei stessa ad accogliere i nuovi superstiti, erano padri, madri, mogli, figli e figlie e molti di loro stringevano tra le mani delle grandi foglie.
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