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Cuore di Bacherozzo – La favola della saggezza

aquila

Cuore di bacherozzo

Favola tratta dal libro: Le favole dell’Anima

Curù era una piccola aquila, caduta prematuramente dal nido, ancora implume fu adottato dal vecchio Bacar, un saggio scarafaggio che viveva da solo nella foresta. Curù divenne l’ombra di Bacar sino a quando le sue dimensioni non incominciarono a rendergli difficile infilarsi nelle buche in cui entrava suo padre.

Curù ascoltami…- Disse un giorno Bacar – presto dovrai prendere il cielo è quello il tuo mondo.

Tu volerai libero nell’aria rarefatta del mattino e ti dimenticherai del vecchio Bacar.

Ma il piccolo Curù non si riconosceva diverso dal vecchio Bacar, lui credeva d’essere uno scarafaggio e come tale guardò il padre con un grande ed innocente sorriso dicendo:

Che dici padre, io non ti lascerò mai, da grande voglio fare il bacherozzo.

A queste parole Bacar era solito rattristarsi, egli conosceva bene la differenza che esisteva tra un aquila e uno scarafaggio, ma il piccolo Curù non se ne rendeva minimamente conto.

Intanto il vecchio Bacar si prendeva cura del cucciolo, nutrendolo e proteggendolo. Non passò molto tempo che il piccolo Curù incominciò a sentire dentro il suo cuore il desiderio di librarsi in volo, e con molta tristezza lo confessò a Bacar.

Il vecchio scarafaggio ne fu sollevato, finalmente la voce del cuore aveva incominciato a fare il suo lavoro, il maestro interiore che è presente in ogni vita attende silente sino a quando non trova un varco per entrare ad appartenere al nostro vivere, è questo stava accadendo al piccolo Curù.

La voce del suo cuore gli suggeriva lidi diversi dalla terra, ma il contrasto tra ciò che sentiva d’essere, e cioè uno scarafaggio e ciò che in realtà era, lo rese triste e quel suo genuino sorriso si spense come una candela al vento.

Bacar era preoccupato, camminava velocemente avanti ed indietro nel terreno scavando solchi qui e lì, doveva convincere il piccolo a prendere il volo altrimenti che razza di padre sarebbe mai stato.

Chiamò Curù dicendo:

E’ finalmente giunto il momento di volare, ora devi allargare le tue ali e partire verso la tua vita.

Ma come si fa a volare? Chiese giustamente il piccolo Curù.

Bacar, aveva timidamente sperato che la voce del suo cuore gli insegnasse anche a volare, ma da quello che vedeva gli aveva solo instillato nel cuore il desiderio, ma non i mezzi. Come poteva un bacherozzo insegnare a volare ad un aquila, soluzioni proprio non ne vedeva.

Bacar amava troppo suo figlio, per vederlo razzolare in terra come una gallina, quando i cieli limpidi del mondo lo attendevano.

Devi seguire la tua natura, ascolta la voce del tuo cuore. Disse un giorno.

Ma io voglio fare il bacherozzo è quella la mia più grande aspirazione padre.

Continuava nel dire il piccolo Curù, nella cecità della propria incomprensione.

Finiscila di dire nefandezze tu non farai il bacherozzo tra le schifezze, tu sei un aquila e come tale devi volare alto nel cielo.

Bacar con le parole non era riuscito a fare molto, anzi ogni qualvolta lo avvicinava per parlare il piccolo si convinceva sempre più d’essere uno scarafaggio. Decise pertanto di sparire per sempre.

Era notte e Curù dormiva sereno. Bacar guardò per l’ultima volta sonnecchiare quel piccolo aquilotto che era la sua vita, niente al mondo lo avrebbe allontanato da lui, ma non aveva altra scelta il piccolo doveva avere una scossa molto forte per poter incominciare a volare.

Gli depositò un tenero bacio sul ciuffo scompigliato che aveva sul capo e tra le lacrime sparì, nascondendosi nei cespugli di lì poco distanti.

Quando Curù si ridestò dal sonno, chiamò Bacar prima ancora di aprire gli occhi, al silenzio che ne derivò, glieli fece aprire immediatamente. Correndo come un disperato per la foresta, ed urlando a voce alta: BACAR BACAR, BACAR.

Il povero Bacar aveva il cuore a pezzi mentre si nascondeva singhiozzante sotto una foglia, ripetendosi continuamente che lo stava facendo per una giusta causa.

Curù lo cercò per tutto il giorno inutilmente e quando scese la notte senza bere e senza mangiare si accasciò in terra come morto, in quell’istante Bacar fu quasi sul punto di cedere, il suo piccolino aveva bisogno del padre.

Lo raggiunse di corsa e quando si rese conto che semplicemente dormiva, rincuorato tornò a nascondersi sotto la foglia.

L’indomani mattina Curù si risvegliò diverso, stavolta a Bacar scorse nel suo sguardo qualcosa di diverso, simile a una convinzione maturata, lo seguì a lungo e ad un tratto lo vide aprire le ali per la prima volta, ed incominciare ad agitarle.

Non aveva mai visto un apertura alare tanto ampia, e neppure tanto potente infatti il vento creato da quel batter d’ali fece volare via foglie, piccoli sassi e persino Bacar appeso sotto la sua foglia.

Curù prese il volo così come doveva essere, ma nel suo cuore gli occhi dolci del suo papà non lo lasciarono mai più.
Bacar planò leggero grazie al suo paracadute a foglia, e con capo alto cercò suo figlio ormai lontano nel cielo, il suo cuore era a pezzi ma era giusto così l’egoismo non doveva prevalere, era si o no lo scarafaggio più saggio della foresta.

Gli anni passarono ed ormai Curù era diventato una bellissima aquila reale, aveva girato tutto il mondo, affascinando e a sua volta affascinato da tutto ciò che aveva visto e conosciuto, ed un giorno, quando felice volava libero nel suo cielo, capì perchè Bacar lo aveva abbandonato, quel gesto che per anni gli era parso immotivato ed incomprensibile ora aveva senso.

Senza quel gesto non avrebbe mai preso il volo e sarebbe rimasto ad annaspare la terra come una gallina per sempre.

Ora che sai piccola mia la storia di tuo padre Curù, vorrei che spiccassi il tuo primo volo con coraggio, in onore del grande nome che porti.

Padre perciò il mio nome è Bacar?

Disse la piccola aquila figlia di Curù.

Questo nome ha in se grandi tesori, che oggi ti entreranno nel cuore, ricorda il tuo volo sarà alto ma non dimenticare mai: Di portare rispetto per ogni creatura, piccola o invisibile che sia, onorala sempre, e prima tra le cose onora sempre te stessa, tu sei un aquila reale e come tale devi volare alta, fai onore alla tua natura.

Padre, e nonno Bacar lo hai più visto?

No figlia mia quando voli tanto alto, non riesci più a scorgere le piccole cose della terra, neanche se hai la vista di un aquila, ma oggi è nonno Bacar ad osservare noi.

E come fa da laggiù?

Laggiù dici? No nonno Bacar ora vola più alto di noi, e da dove egli ora è può vedere tutto.

Ma allora ha la vista migliore di un aquila?

No figlia ha solo un cuore grande.

Vola Bacar, vola in onore di mio padre, vola più alto di tuo padre.

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5 Comments

  1. elisa montinaro mercoledì 18 novembre 2009

    Spesso le nostre certezze (Curù) si avvalgono delle altrui certezze (Bacar). Fare affidamento solo sulle proprie è un atto di coraggio che quotidianamente ci viene chiesto.
    Non ci si improvvisa “bellissime aquile reali”, é necessario quel gesto che pare immotivato e incomprensibile:
    “l’essere abbandonati”.
    E Gesù lo fu dal Padre suo proprio quando ne aveva più bisogno!

  2. elisa montinaro mercoledì 18 novembre 2009

    Volare alto è:
    volare alto secondo la propria e non l’altrui natura,
    vedere ciò che dall’alto è permesso di scorgere!
    Don Tonino Bello scriveva:
    “… Insegnami, allora, a librarmi con te. Perchè vivere
    non è “trascinare la vita”,
    non è “strappare la vita”,
    non è “rosicchiare la vita”.
    Vivere è abbandonarsi come un gabbiano all’ebbrezza del vento.
    Vivere è assaporare l’avventura della libertà.
    Vivere è stendere l’ala, l’unica ala,
    con la fiducia di chi sa di avere nel volo un partner grande come te!…”

  3. ugo esitini mercoledì 18 novembre 2009

    Carù rappresenta il figlio che ad una certa età abbandona la casa paterna per volare alto nella sua vita ed a sua volta, diventato anch’esso padre, sarà abbandonato dal figlio. I figli vanno allevati con amore, insegnargli il rispetto che si deve ai genitori e prepararlo alla sua futura vita non più sotto la protezione genitoriale ma libero di vivere in autonomia una volta lasciata la casa natia.

  4. peppino fieni sabato 21 novembre 2009

    Ho già commentato questa favola, credo. Ma che dici, Cleonice, la saggezza non è già una favola, parlo di quelle che non si avverano mai? Salomone? Un bel simbolo che forse vuol dire il contrario, come molti simboli, come dicevano gli indiani d’America, prima che li decimassero, sono biforcuti come tutte le verità, era saggezza quella? Insomma da riflettere! Una bella favola su quegli indiani. Il film ” Soldato Blu “, quando vuoi e se vuoi.

  5. rosetta lunedì 26 aprile 2010

    bellissima,profonda e fa riflettere molto……..l’amore è il motore di tutto, è qui c’è la vera essenza di esso:l’amore indissolubile tra padre e figlio evidenziando che il padre non è chi genera ma chi dona amore…………..

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