Chi nasce quadro non può morire tondo – Favola

Chi nasce quadro non può morire tondo

racconto tratto dal mio primo libro “La Piccola Voce”

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Un antico quadro primeggiava nella sala padronale di un grande castello, la sua antica cornice risaliva al 1500 e il ritratto che custodiva era quello di una giovane e leggiadra ragazza. Il nobile padrone del castello era orgoglioso del suo dipinto, che non dimenticava mai di ostentare ad ogni festa e occasione.

Da canto suo il quadro, in anni e anni di grandi onori, aveva incominciato a soffrire di una malattia non tanto rara ai nostri giorni, la “mania di grandezza”, e per questo motivo non rivolgeva mai la parola né al camino e né alla specchiera, altrettanto pregiati e antichi. Molto spesso i due si erano chiesti cosa spingesse il quadro a un eterno silenzio: in secoli e secoli di vicinanza non aveva mai voluto scambiare due parole, anche quando gli uomini erano fuori dalla loro portata.

Una mattina la cameriera aprì le pesanti tende di velluto della stanza e lasciò entrare un tiepido e luminoso sole, mentre faceva le solite pulizie. Le era severamente proibito aprire le tende, perché il sole poteva danneggiare quei preziosi tesori, ma quel giorno il padrone era fuori e lei finalmente si sentì libera di far circolare un po’ d’aria aprendo porte e balconi. Quella stanza aveva da sempre un cattivo odore di chiuso difficile da sopportare. Nello svolgere le sue solite mansioni la sprovveduta cameriera non si rese conto del gravissimo danno che stava facendo: un gatto di strada entrato per caso, decise di rifarsi le unghie sulla cornice antica del quadro, rovinandola. Il quadro urlò straziato, il suo abito era stato rovinato irrimediabilmente, ma la cameriera non poteva ascoltare le urla di un quadro o forse non volle farlo. Il gatto andò via tranquillamente, in fondo aveva solo seguito il suo istinto, non poteva conoscere l’immenso valore di quel pezzo di legno, ma di certo aveva riconosciuto il posto ideale dove affilarsi le unghie.

Tutto tornò a posto, comprese le tende chiuse come sempre, e la cameriera neanche si accorse del grosso guaio. Al ritorno il padrone prima di fare ogni altra cosa passò a salutare le sue preziosità, e quando si rese conto della cornice rovinata, incominciò ad urlare in modo isterico:

Scoprirò chi è l’artefice di questo ignobile delitto e lo punirò!

Furono giorni di grande calvario per tutta la servitù, ma non si venne a capo di niente. Il quadro in cuor suo piangeva di vergogna; fu coperto con un telo e la sua fama venne per molto tempo dimenticata, fino al giorno in cui il padrone decise di cambiargli la cornice.

Venne convocato un corniciaio, che dopo un’attenta valutazione del caso sconsigliò una cornice quadrata come quella di origine, e ne propose una tonda, perché i graffi avevano rovinato anche parte della tela. Il padrone seppur con dolore dovette acconsentire.

Il camino e la specchiera cominciarono a schernire il povero quadro che dal momento dell’incidente non aveva neanche per un attimo smesso di piangere.

Poi il camino mosso da pietà disse:

Vedrai sarai ancora più bello con questa nuova veste.

Ero tanto bello prima, acclamato, ammirato, desiderato, ed ora sono solo un vecchio e rovinato quadro, tutto per colpa di quel maledetto gatto.

Intervenne la specchiera:

Non devi prenderla così, sino a ieri eri un musone, un arrogante che non dava a nessuno il privilegio di una sua parola, vedi già come sei cambiato?

E’ vero – disse il quadro – Per tanti anni mi sono crogiolato nel mio credere d’essere qualcosa o qualcuno, mentre un semplice gatto ha potuto portarmi via con un graffio i miei sogni di gloria.

E’ scritto che nulla è immutabile – continuò la specchiera – Nel nostro dna è tracciata la strada verso la vera vita, tu eri quello che sappiamo, oggi potrai comprendere quello che non sei mai stato perché lo diverrai.

Intanto il corniciaio lo aveva staccato dal muro per portarlo via e il quadro, ormai nello sconforto più profondo, salutò i suoi compagni dicendo:

Perdonatemi se per tanto tempo non vi ho rivolto la parola, ma ero troppo chiuso nelle mie certezze e non ho avuto il tempo e né l’esigenza di guardarmi attorno. Solo ora capisco che stavo perdendo un dono prezioso, la vostra amicizia.

Dopo qualche giorno il quadro tornò, adorno di una splendida cornice tonda. Per l’occasione una grande festa fu organizzata dal padrone del castello, mille complimenti e sguardi di ammirazione gli furono rivolti, ma ormai il vortice potente della superbia non lo ammaliava più. Mentre tutti lo guardavano estasiati per la sua nuova e ancora più accattivante veste, il quadro era tutto intento nel parlare con i suoi nuovi amici dei suoi sogni e delle sue incertezze, ora chiare agli altri così come lo erano nella sua mente.

E nel concludere, quel vecchio adagio che di frequente si ascolta, chi nasce quadro non può morire tondo, deve invece trovare la sua eccezione, laddove è insita la capacità di introspezione. Il vecchio quadro per secoli e secoli si era crogiolato nelle sue finte certezze, crollate miseramente nello spazio di un secondo. Quel grosso trauma lo cambiò, non solo nella cornice, ma cosa ancora più importante nel cuore, e da quel giorno ciò che era quadro divenne tondo.

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