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La porta che non c’era

La porta che non c’era

 


Concorso Città di Salerno(V Edizione) – Menzione di Onore


XIII Premio letterario internazionale
“Jacquès Prèvert” 2006
Opera segnalata dalla Giuria con Attestato di merito e proposta di pubblicare in volume
con la Montedit .


 


LA PORTA CHE NON C’ERA

(Un sogno ad occhi aperti)


Ero una piccola vela in balia dei venti del vivere, oggi sono un veliero che solca il suo mare consapevole della rotta da percorrere, seguendo la scia di una luce unica e magica, la luce del cuore.

La luce filtrava dalle grandi finestre dell’antica villa, ormai, disabitata da tempo. Le ragnatele, avevano sigillato morbidamente tutte le insenature della casa, e dalle doppie tende impolverate filtrava solo poca luce.

Quella casa ormai dimenticata da tutti, un giorno aveva respirato sollevata dalle risa dei bambini e dal canto di una mamma, le tetre stanze che oggi si aprivano al mio vedere, cupe ed impolverate, avevano vissuto giornate di radiosa luce.

Il tempo è come una ruota di un carro, continua il suo percorso anche se non c’e’ più nessuno a spingerlo, ma questa casa sembrava essersi fermata in un preciso momento del vivere. Aprì con delicatezza le porte, man mano che mi addentravo nelle suo interno, volevo lasciare meno tracce possibili del mio passare.

Mi sembrava di aver disturbato un sonnecchiante monumento. Il pavimento scricchiolava sotto i miei piedi, il legno ormai era disconnesso e qualche trave si era sollevata, fui attratta dalla bellissima ed imponente scala che portava ai piani superiori. Mi accostai, ma prima di salire, un senso di agitazione mi pervase. Di solito queste sensazioni, erano sempre giustificate da qualcosa, e per questo ero preoccupata. Mi feci coraggio, in fondo ero lì per quello, provare di nuovo emozioni.

Salì lentamente, sentendomi per un attimo la nobile proprietaria di questa villa, chiusi gli occhi immaginando, l’enorme candeliere al centro della sala acceso, e tutto divenne immediatamente più affrontabile.

Al secondo piano, tante stanze mi si paravano dinnanzi, da quale iniziare, mi chiesi, scelsi a caso, andando verso la prima porta. Era consumata, forse tarlata, entrai, e mi trovai dinnanzi uno studio, vi erano libri dappertutto e una vecchia poltrona ormai senza gambe da un lato. Un cattivissimo odore di chiuso mi pervase le narici, osservai i quadri sparsi un po’ dappertutto, molti erano vecchissimi ritratti, avevo la sensazione di essere osservata, un po’ come se i loro occhi fossero puntati su di me, e rabbrividì per la paura.

Tra i tanti volti, uno mi lasciò sorpresa, quei lineamenti a tratti docili e a tratti volitivi , sul volto di una giovane fanciulla dai lunghi capelli corvini mi apparivano familiari, e mentre le sensazioni scorrevano tumultuose, fui distratta da un ombra apparsa all’improvviso alle mie spalle, sussultai, vedendola sparire nell’oscurità del corridoio.

La inseguì, come un gatto il topo, anche se il topo in quel caso lo stavo interpretando io, ma non so perché mi sentivo stranamente sicura. Raggiunsi una stanza, la cui porta aveva delle rifiniture in oro zecchino, sembrava che il tempo non l’avesse intaccata, ma era strano, prima quella porta non c’era, di certo l’avrei notata, era talmente bella da non passare inosservata, sembrava quasi fuori posto in quella villa ormai consumata dal tempo.

Ero di fronte ad un dubbio aprire o no quell’uscio, avevo le mani umide e scivolose, le asciugai e feci per aprire il pomello. La porta si aprì senza fare nessun rumore quasi fosse ovattata, sbirciai in modo molto discreto nel suo interno, ma era talmente buio, da non riuscire a vedere nulla. Introdussi solo un piede dentro e notai, che il pavimento non era più fatto di legno, ma di qualcosa di morbido, lo ritrassi immediatamente, non ero poi tanto curiosa, ci sarei ritornata un altra volta semmai con una lampada, poi una voce dal suo interno, mi disse di entrare e di non temere.

A dire il vero, in quelle circostanze, anche se la voce fosse stata quella di mia madre, non ci sarei entrata lo stesso, ma non so per quale strano incantesimo mi fidai, ed entrai. Come nei migliori film dell’orrore, non appena entrata, la porta alle mie spalle si chiuse immediatamente, lasciandomi nella più totale oscurità.


In effetti me lo aspettavo, di solito il mio io, avrebbe gridato ai quattro venti, “cretina lo sapevi”, ed io gli avrei creduto come sempre, invece tacque, in quella stanza la mia voce di dentro tacque per la prima volta.

Non riuscivo a comprendere di che materiale fosse fatto il pavimento, quindi tentai di tastarlo con una mano, ed ebbi una amara sorpresa, il pavimento non c’era, galleggiavo nel buio. Una strana serenità, che sembrava non mi appartenesse, era in me, come se mi avessero drogata, o qualcosa di simile, ero pienamente capace di sentire, vedere, parlare, pensare, cercavo in me l’agitazione, il panico, l’orrore che in una situazione di palese pericolo ti accompagna, ma stavolta non era così, ero serena e senza paura.

Mentre mi si arroventava il cervello, su questa strana sensazione, nel buio totale, apparvero in fila indiana delle stelline di luce sembravano mi segnassero la via da seguire, e poi ancora quella voce ipnotica.

Vieni avanti!

Così feci, avrei voluto correre, invece sentivo i miei passi lenti, come appesantiti. Intanto il sentiero sembrava allungarsi ogni volta che raggiungevo l’ultima stellina, ed ecco di nuovo quella voce dirmi:

Accetti?

Cosa!

Gli urlai, intanto avevo raggiunta l’ultima stellina, di fronte a me, buio intenso. Nel giro di un istante, apparve un portoncino di legno verde:

Bhe dissi, non so cosa accettare, ma dietro posso tornare?

La risposta fu il silenzio, nel mio mondo chi tace acconsente, ma qui non mi sembrava il caso di applicare questo vecchio detto, chissà in che mondo ero, ed accettai.

Si aprì immediatamente il portoncino, il paesaggio era alquanto cambiato, a terra vi erano dei modesti mattoncini in creta, e tutto intorno un cielo plumbeo.

Continuava questa mia pace incomprensibile, e ripresi il cammino, in fondo ero ancora viva o per lo meno speravo di esserlo. Tra i mattoncini in terra, se ne distinguevano alcuni di colore più intenso, sembrava mi segnalassero la via, ora ero divenuta esperta, il mio passo era più veloce e coprivo le distanze in minor tempo, sempre secondo la mia esperienza terrena. I mattoncini colorati erano finiti e le mie gambe si fermarono bruscamente da sole, senza attendere la mia decisione. Di nuovo quella voce:

Accetti?


A quel punto non potevo fare altro che accettare, qualcosa mi era rimasta del mio vecchio modo di essere, l’orgoglio. Non volevo rinunciare a capire, mentre ancora riflettevo su da farsi, apparve un altra porta, stavolta più grande della precedente, in legno massiccio, con delle rifiniture medievali, al posto del pomello un anello di ferro battuto, feci per toccarlo e la porta si aprì da se.

Mi accolse, un paesaggio strano, ma meglio del nulla che regnava prima, come pavimento vi era terra battuta, ad ogni passo una nuvola di polvere si alzava, sembrava terra non fertile, arsa dal sole cocente, l’orizzonte era ancora plumbeo, ed attorno al mio sentiero vi era una fittissima vegetazione. Camminavo spedita verso non so quale destinazione, sempre accompagnata da una strana serenità, mentre improvvisamente qualcosa mi allarmò, guardai tra la fitta vegetazione, e vidi delle orribili fiere seguirmi, mi fermai un attimo guardandomi alle spalle, era forte la paura, sarei voluta tornare indietro a quella che da sempre consideravo la normalità, ma dietro non vi era più nulla. Il sentiero si era dissolto, vi era solo buio intenso. Nello sconforto totale, non riuscivo più a muovere passo, poi di nuovo quella voce:

Vai avanti.

Anche se furono solo due parole, sembrarono un raggio di sole, per me, ritrovai un po’ di energia e ripresi a camminare.

Man mano che procedevo in questo luogo strano, scuro e pieno di fiere assetate del mio sangue, mi sentivo stranamente più coraggiosa. Tutto ciò che costituiva il mio mondo, non esisteva più, ora ero su un sentiero strano di cui non conoscevo la fine, sempre che avesse avuto poi una fine. Lo stato di serenità sembrava aumentasse, man mano che procedevo nel cammino e questo fatto mi rincuorava.

L’orizzonte lontano, appariva più chiaro, quasi brillante di luce, avrei voluto volare per raggiungerlo, improvvisamente dei rumori, delle voci all’esterno del sentiero, guardai dietro la fitta vegetazione intimorita, e vidi un villaggio o per lo meno mi sembrava, urlai:

Aiuto, sono sul sentiero, qualcuno mi aiuti.

Ma sembrava che nessuno potesse sentirmi, erano tutti intenti a svolgere le loro faccende quotidiane.

Delusa, ripresi a camminare, con passo più lento ed una stanchezza indescrivibile, sul sentiero apparve un carretto pieno di fieno, ma non aveva ne cavalli, ne motore, a che mi sarebbe servito, ero troppo stanca anche per pensare, mi distesi dentro il morbido fieno e chiusi gli occhi. Piansi innalzando una preghiera al cielo:

Vorrei morire, ma ho paura di morire.

Mi pentì immediatamente di quello che avevo detto, ma in fondo avevo imparato dalla vita, a non mentire mai a me stessa, anche le più nere sensazioni dovevano venire fuori. Erano tutte lì a ricordarmi il fallimento di una vita, e la sofferenza che ora mi procuravano mi avrebbe aiutato ad affrontarle. Bisogna riconoscere il proprio male, solo così saremo in grado di combatterlo, ed io il mio male lo avevo riconosciuto, ero stanca di vivere.

Mi lasciai andare a questo attimo di amara riflessione, che forse un po’ giustificava le mie parole, in fondo il mio mondo al quale ero fusa anima e corpo, era crollato miseramente in ogni suo aspetto.

Mentre ancora giacevo raggomitolata nel carro e il dolore della rassegnazione attanagliava il mio cuore, vidi un piccolo coniglio bianco, saltellare sul sentiero, cercava cibo, presi un po’ di fieno, e glielo portai.

Anche se la mia vita era difficile, avrei potuto aiutare lui. Lo presi con me, e continuai a camminare lungo il sentiero. In pochi istanti la mia mente aveva ritrovato uno scopo per camminare ancora, grazie a un piccolo coniglio bisognoso di cure.


Ed eccomi alla fine del sentiero, di fronte a me, il vuoto e la voce:

Accetti?

Si!

Dissi urlando, ed ecco apparire dal nulla una cancellata di ferro, molto bella nella sua semplicità, che si aprì da sola.

Il paesaggio stavolta era ben diverso dai precedenti, un verde prato, un cielo terso e un sole tiepido mi avevano accolta, sorprendendomi.

Presi il mio coniglio, che fino ad allora avevo tenuto stretto al petto per paura, e lo lasciai libero di correre. In questo bellissimo posto, c’era mangiare in abbondanza, un sole tiepido ed il mio sentiero al centro.

Dire gioia, non descrive neanche lontanamente, quello che provai, ed anche adesso a raccontarlo piango per la commozione. Il coniglio mi seguiva nel giardino, man mano che percorrevo il sentiero, ora quasi correndo, di tanto in tanto delle nuvole apparivano all’orizzonte, ma così come apparivano svanivano velocemente.

Mi venne voglia di saltellare, più che camminare, senza riuscire a trattenere le risate, sembravo una bambina.

Ed in effetti lo ero davvero, le mani i piedi il viso erano divenuti quelli di una bambina di al massimo sei anni, fu la scoperta più bella della mia vita.

Man mano che andavo avanti in questo prato, il posto diventava sempre più bello, avevo scelto di camminare ed ora avevo quasi raggiunto uno splendido giardino. Di tanto in tanto, vi era qualche albero pieno di frutti. Il coniglietto mi seguiva, giocando, all’improvviso, vidi che era in braccio ad un bambino dai bellissimi occhi azzurri, avrei dovuto impaurirmi, invece era come se ne avessi un immensa fiducia.

E’ bello il tuo coniglio!

A questa semplice frase, il mio cuore si riempì di gioia.

Grazie!

Gli risposi.

Sono contenta ti piaccia, lo amo molto.

Lo so.

Disse lui.

Perciò è con te.

Chi sei.

Aggiunsi, e lui:

Un bambino come te.

Ero incantata dalle sue parole, dalla sua voce, dalla bontà che si diffondeva spontanea attorno a lui, mentre parlavamo continuavo a camminare, lui manteneva il mio coniglio tra le braccia, dove passava questo bambino, nascevano i più bei fiori che avessi mai visto, altre nuvole si addensarono sulla mia testa ed io mi rattristai.

Non le guardare più – disse – tra poco svaniranno per sempre, vedi avanti a te c’e’ un giardino sereno e senza piogge, io sarò con te, faremo la strada insieme.

Gli chiesi perchè con me e lui disse:

Io sono con tutti, ma non tutti mi cercano, e pertanto mi vedono.

Ed io come ho fatto a trovarti?


Tu mi hai cercato da sempre, ma hai dovuto fare il tuo cammino per incominciare a vedere, lo so hai sofferto molto, ma era l’unico modo per averti con me.

Ogni persona ha il suo cammino, per ognuno diverso, perchè ogni persona è diversa dalle altre, a tutti viene data una possibilità . Lo vedi la di fronte e te c’è il tuo giardino, ti aspettano tutti i fiori che hai sempre coltivato nei tuoi sogni, li ho conservati per te. Ora è il momento di vederli fiorire, te lo meriti.

Poi mi consegnò il coniglio e ripeté di nuovo:

Hai un bel coniglio.

Capì, sapevo bene che quel piccolo coniglio rappresentava il mio bambino e gli dissi:

Grazie, sai, vorrei che tutti i coniglietti del mondo camminassero per questa strada.

Lo so, prova a fare qualcosa per loro, ora puoi.

Se mi sarai accanto potremmo preparargli un giardino come questo, io da sola no so farlo.

Ti sono vicino, guarda bene questo giardino e vedrai, la pace che hai sempre sognato, ogni fiore ha il sorriso di un bambino ed ogni giorno porta la cometa della speranza.

Io sono in ogni cosa che tu sfiori, sono il bambino che vive in ognuno di voi. Non esistono miracoli fuori di voi, il miracolo unico e far sbocciare un fiore in un cuore che non crede più, e tu oggi sei sbocciata grazie ai tuoi occhi.

Allora sei Dio, io non ti avevo riconosciuto, sei un bambino?

 Dissi più che sorpresa.

Sono il più piccolo dei bambini, ma non il più indifeso, sono colui che vede oltre le parole e i gesti, colui che scorge il giardino mai nato nei vostri cuori, e che vi prende per mano, sino a farvelo vedere, lì sarete voi a scegliere se rimanerci. Vi amo, a voi la scelta sempre.

Tu hai accettato, ed hai avuto fiducia in qualcosa che non conoscevi, e cosa più importante in te.

Perdonami! Se tante volte ho maledetto la vita.

Tu maledicevi qualcosa che non era la vita, perchè sentivi nel tuo cuore che la vita è ben diversa cosa.

Feci questo sogno ad occhi aperti quattro anni fa, prima di intraprendere il sentiero interiore della mia crescita, e da allora molte cose sono cambiate, una luce nuova oggi accende il mio sorriso, la consapevolezza che la vita di ogni uomo è nelle sue sole mani, mi ha aiutata a distruggere le ombre buie che aleggiavano nel mio cuore.

Questa vuole essere una testimonianza di qualcosa a cui tutti crediamo, ma che tutti abbiamo poi paura di confessare, la presenza di Dio nella vita dell’uomo.

Ero una piccola vela in balia dei venti del vivere, oggi sono un veliero che solca il suo mare consapevole della rotta da percorrere, che segue la scia di una luce unica e magica, la luce del cuore.

Quella villa antica ha oggi acceso tutte le sue luci accogliendo la sua regina. Ogni “uomo” è sovrano della propria vita. La strada è unica impariamo ad amarci, solo così facendo ameremo e saremo riamati dalla vita.

Altro non posso dire, questo semplice racconto possa accendere in voi la speranza di un domani migliore per il nostro mondo, martoriato dalle stesse mani che un giorno lo porteranno alla luce, sarà l’uomo consapevole ad aprire la porta alla nuova vita.

Cleonice Parisi

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