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Donna domani

Donna domani

Premio Letizia Isaia 2005

Opera segnalata dalla Giuria per la Sezione Narrativa


Donna domani


Il pomeriggio di lavoro era iniziato con la stesura di una complessa relazione bancaria, la mia collega la temutissima signora Lucia, con la sua spiccata sensibilità elefantina, aveva catapultato il primo cliente in stanza senza neppure avvisarmi.

L’ipnosi lavorativa che sino a quel momento mi aveva assorbita isolandomi da tutto, fu interrotta dalla sgradevole sensazione d’essere osservata, e piuttosto che sbagliare la relazione, preferì “tagliare la testa al toro”, sospendendo il lavoro e ascoltando “occhio profondo”.

Quel uomo che non avevo mai visto sino ad allora, era entrato in stanza con passo sicuro, appropriandosi della sedia che mi era di fronte, e con occhio vispo aveva immediatamente cominciato a perlustrare nella mia scollatura, e da lì l’immediato soprannome di “occhio profondo”.

Le mie numerose occhiatacce lanciate senza mezzi termini non lo avevano inibito, l’istinto animalesco aveva prevalso. Il mio NO numerose volte urlato con gli occhi, evidentemente era stato diversamente interpretato, è consuetudine maschile tradurre i NO delle donne in SI – SI – prendimi ora!!! Ma il mio era un vero NO!!!! – con conseguente sproloquio di parole del tipo “Stacca gli occhi dai miei seni, non hai mai visto una donna! “.

Parole che non avevo realmente pronunciate ma che restarono inespresse nel mio petto, giusto per non uscire dall’argomento. Volevo liberarmi al più presto di quella fastidiosa presenza, pertanto alzai lo sguardo dal mio lavoro invitandolo a parlare.

Il tono volutamente professionale di “occhio profondo” non mi sorprese, e neppure mi fece cambiare idea dell’opinione che mi ero fatta di lui.

Bastava davvero poco per irretire quel genere di uomini e questo lo sapevo bene, ma a che serviva confonderli, manovrarli o ancor peggio rapirli nel mondo dei sensi se al risveglio dalla loro confusione mentale mi sarei ritrovata di nuovo sola.

La solitudine era la mia peggior nemica, avevo conosciuti tutti i suoi volti, ma sapevo benissimo che non esisteva solitudine più profonda di quella che ha le sue radici nel cuore. Ero stanca di lanciare reti e di prendere pesci piccoli, e per piccoli intendevo persone la cui profondità d’animo non raggiungeva quella di un bicchier d’acqua.

Il pesciolino che mi era di fronte apparteneva di sicuro ad una colonia di plancton, pesciolini minuscoli dal grande valore nutritivo ed essenziali per le balene solo se in grandi quantità, ma io non ero ancora tanto grassa da sembrare una balena, e poi già uno solo per me era troppo, una comitiva di uomini come lui mi avrebbe portata al suicidio.

Sorrisi perfida con me stessa mentre l’uomo continuava ad esporre la sua problematica. Nel parlare avevo notato che muoveva di frequente il polso, dove ostentava un orologio, forse di valore, talvolta i bambini facevano la stessa cosa, ti passavano davanti con un disegno mettendotelo letteralmente sotto il naso senza parlare, e restando poi in pressante attesa di un complimento, o di una parola atta consolidare le loro certezze, ed anche “occhio profondo” aveva bisogno di certezze proprio come un bambino.

Lo interruppi mentre con espressioni colorite entrava nel vivo del suo discorso dicendo in modo ingenuo: “Mi perdoni ma proprio non ho potuto fare a meno di notare quello splendido orologio che porta al polso. E’ mica un Rolex?” non ascoltai nemmeno la risposta non importava che fosse un rolex o qualche altra marca, avevo sortito l’effetto desiderato, il polso dell’uomo aveva trovato pace.

Cavolo!!! ma dove erano finiti gli uomini quelli veri, che sanno stupirti con uno sguardo, quelli dalla voce calda in grado di portarti lontano con un solo sospiro, dov’era l’uomo a cui affidare un proprio pensiero senza il timore di vederlo pubblicato dopo un ora sul giornalino che distribuiscono gratis ad ogni angolo di città. Ero delusa, delusa dalla prevedibilità maschile, che uomo poteva essere questo, se per catturare il mio interesse ostentava un orologio, che bassa considerazione poteva avere delle donne, sempre che ne avesse avuta. Pesce piccolo, pesce piccolo, continuavo a ripetermi, svuotare la rete, avanti il prossimo.

A trentacinque anni ero ancora alla ricerca del mio uomo ideale, di sconfitte ne avevo subite tante, ma niente aveva reso arida la mia grande voglia d’ amare, neppure le violenze psicologiche subite mi avevano cambiata, anzi da quei flagelli dolorosi ero rinata forte e motivata, ed ora sapevo bene cosa cercare in un uomo.

La mia regola era guardare oltre, oltre quello che volevano vedessi. Con quel uomo avevo finito, era piccolo e il suo sguardo arrogante ed ignorante mi infastidiva, pareva mi guardasse con un senso di superiorità che non gli avevo concesso. Decisi pertanto di riportare il pesciolino alla realtà, che aveva abbandonato in virtù di sogni molto più hard.

Presi allora a parlare con tono professionale e volutamente tecnico, e subito il suo sguardo di superiorità svanì, lasciando posto prima ad un espressione di sorpresa e successivamente di rispetto.

Molti uomini tendono a sottovalutare le donne, considerandole specie se avvenenti solo un pezzo di carne in cui affondare le loro perversioni e da cui fuggire dopo l’uso. Talvolta era necessario usare le maniere forti per scrollargli di dosso questa falsa convinzione.

Lo accompagnai alla porta e mi parve di scorgere una sorta di inflessione della schiena quasi si volesse piegare al mio cospetto, sorrisi con me stessa ben gli stava, il porco che era in lui aveva capito di dover retrocedere nei confronti di una volpina, è risaputo che i porcelli e le volpine non attecchiscono, ma forse avevo esagerato nel dimostrarmi intelligente ed esperta nel mio settore, e quel poverino lo avevo piegato nel vero senso della parola e non solo letterario.

Il piccolo pesce uscì dalla rete, mi guardai nella scollatura e notai che forse non aveva tutti i torti era un po’ troppo profonda. Quella mattina avevo scelto una mise sexy, non certo per lui e neanche per gli altri uomini che avrei distrattamente incontrato nel corso di quella giornata, ma solo perchè mi faceva sentire meglio più bella ai miei occhi.

“Avanti un altro!” dissi ed immediatamente si materializzò alla porta un uomo anziano, che dopo molti salamelecchi inutili si accomodò. Papillion, camicia a righe blu sotto un impeccabile abito monocromatico grigio, emanava un forte odore di Denim Afther Shave, profumo che aveva usato anche papà prima dell’evoluzione imposta da noi figli. Lo invitai a parlare e timidamente mi disse che voleva donare delle proprietà. Sentivo nelle sue parole un grossa reticenza nei miei confronti e compresi che non mi stava dicendo tutto. Tentai allora di rassicurarlo sulla mia professionalità e sulla segretezza delle sue eventuali confessioni dicendo:

– Ha presente un prete nell’atto sacro della confessione?-E lui fece cenno di si con la testa. – Consideri d’essere in un confessionale, da queste quattro mura non uscirà parola dei suoi pensieri più intimi!

Forse la parola “intimi” la potevo evitare, l’uomo mi aveva guardata alquanto stranito, ma il mio sguardo fermo e la sicurezza ostentata acquisita in anni ed anni di esperienza lo convinsero della mia serietà. L’ha sempre detto mamma che sono un attrice, ma a fin di bene, in fondo volevo solo aiutarlo, e per farlo dovevo comprendere cosa aveva in mente davvero. Dopo la scena interpretata magistralmente del prete in gonnella, l’uomo con le lacrime agli occhi mi prese le mani e si confessò. Dentro il suo animo ci vidi tanto dolore ed incomprensioni, verso un figlio che riteneva meno meritevole di un altro e dal quale si era sentito abbandonato, per questo motivo aveva deciso di diseredarlo.

Quel povero uomo aveva scelto una strada molto dolorosa, ma non toccava a me farlo ravvedere anche perchè non ci sarei riuscita, per ogni scelta fatta esistono pagine e pagine di vita già scritte sulle quali non si può aggiungere ne togliere nulla. Lo ascoltai con attenzione, alcuni momenti di commozione furono traditi dai miei occhi, ma non chiesi i motivi della sua decisione, gli dissi solo di rifletterci meglio.

Escludere un erede dall’asse ereditario non era cosa semplice, alla sua morte l’erede escluso avrebbe potuto sempre rivalersi dei propri diritti e pretendere ciò che non gli era stato dato, esercitando un azione di riduzione sull’altro erede. L’uomo s’imbronciò, ed allora gli proposi la solita scappatoia dicendo:

“Oppure potrebbe vendere tutto il suo patrimonio” e con sottile malizia gli feci intendere che dei soldi in contanti ne avrebbe potuto fare quel che voleva. L’uomo però era molto legato alle sue proprietà e seppur consapevole che dopo la morte non gli sarebbero servite, non volle considerare la mia proposta, avrebbe continuato ad usare le sue ricchezze per punire chi non gli aveva voluto bene.

Mi chiese del tempo per rifletterci, ma sapevo già che non sarebbe più tornato, poi con passo lento e triste si congedò. Come si dice non tutte le ciambelle riescono col buco, stavolta ero dispiaciuta non per la pratica persa, ma per il peso che quel pover uomo portava dentro il suo cuore, la vita era troppo breve per sprecarla in inutili guerre.

Sembrava che la serata non terminasse più, mi sentivo stanca e affamata, ma il nostro lavoro non ammetteva soste, chiesi alle persone nella sala d’attesa se dovessero parlare con me o col notaio, e loro pur non conoscendomi, ma solo per evitare ulteriore attesa scelsero di conferire con me.

Le introdussi nella mia stanza, erano una donna e la sua giovane figlia. La ragazza era molto prosperosa, e vestiva con un abito attillatissimo, pensai che fosse arrivato il momento di risvegliare il Notaio, e fingendo d’essere particolarmente interessata al loro caso, le condussi sino alla sua stanza. Il vecchio boss sedeva dietro la sua enorme scrivania di cristallo, soffocata da una miriade di carte, simbolo evidente della sua confusione mentale che si rifletteva anche su tutto quello che aveva attorno, non appena vide entrare la bella valchiria, non riuscì a nascondere il proprio interesse, è l’animale che era in lui prese il sopravvento.

La giovane era furba e smaliziata, evidentemente notò lo sguardo di sfida lanciatole dal Notaio, ed incominciò immediatamente a sculettare come una cagnolina, poverina pensai, non bastava l’abito attillato a darle già un titolo poco dignitoso, lo scodinzolare aveva aggiunto la ciliegina su una torta già molto golosa. Al notaio con quella presenza si ravvivò la serata, il suo dito impazzito che sino a qualche istante prima aveva dimenticato pigiato sul citofono interno, trovò una naturale distrazione ed io e i miei colleghi trovammo un po’ di pace.

Uscì serena dalla stanza, senza alcun rimorso nell’aver messo la giovincella nelle mani di un marpione, perchè la ragazza era si giovane ma per nulla ingenua e avrebbe dato filo da torcere al boss. Questi giochi di passione erano sempre molto intriganti, ma alla fine lasciavano poco nella crescita personale se vissute buttando l’occhio all’interesse e non al cuore.

Lasciai i fidanzatini a confabulare tra loro, dico fidanzatini perchè dopo pochi minuti di conoscenza sembravano già molto intimi, mentre la madre si era eclissata artatamente. Pensai: tale madre tale figlia di che ti meravigli, il seme non cade mai troppo lontano dal proprio albero. Mi ritirai nella mia stanza ero sola, il citofono non suonava e neanche il telefono, ripresi a scrivere quella relazione che avevo iniziato e non terminata, e mi guardai le mani nude, la mattina avevo dimenticato di mettere gli anelli.

Non portavo la fede e molti clienti erano in difficoltà non vedendola, perchè non sapevano se chiamarmi signora o signorina, ed io come al solito per toglierli dall’imbarazzo ripetevo la mia ormai famosa frase: Dopo i diciotto anni siamo tutte signore! uscendomene dalla difficoltà di spiegare la mia situazione di donna separata.

Talvolta avevo pensato di rimetterla solo per non essere sottoposta ad un esame continuo, ma qualche mese prima avevo raccolto tutto l’oro vecchio e lo avevo venduto, inizialmente per comprare un braccialetto d’oro bianco, ma le esigenze economiche del momento mi avevano costretta a soprassedere e ad utilizzare il denaro per scopi più nobili, la spesa del fine settimana. Il citofono interno mi riportò alla realtà, la collega mi avvisava di un altra persona che chiedeva di parlare con me, le dissi di farla accomodare.

L’uomo che mi introdusse poteva avere al massimo una quarantina d’anni, e mi venne incontro con un grosso sorriso come se mi conoscesse da tempo. Dopo qualche secondo lasciato alle presentazioni, capì di chi si trattava, gli avevo parlato telefonicamente un paio di volte per aiutarlo a recuperare dei titoli che aveva perduto. L’uomo mi era grato per l’interesse che gli avevo dimostrato, in fondo per me non era niente di nuovo, avevo dato sempre a tutti una mano sincera, molte persone me ne erano state grate, altri neppure si erano girati a ringraziarmi, ma la cosa poco mi interessava, quello che facevo nasceva da un mio bisogno interiore, che trovava il suo premio già solo nel fare del bene.

Pertanto riconoscenza o no, niente mi avrebbe potuto togliere la gioia che sentivo dentro. Sorridevo soddisfatta della donna che ero, ma non era sempre stato così, il mio passato era ben diverso, ansie ed insicurezze mi avevano da sempre limitata, e l’amore per gli altri non si era mai potuto manifestare liberamente oppresso com’era da quel grande senso di disagio che mi accompagnava in ogni istante.

Le tante lacrime versate, talvolta nel silenzio della mia anima ed altre pubbliche e non comprese mi avevano nel tempo aiutata a capire la giusta strada per incominciare a vivere. Tornando all’uomo, mi piacque subito, aveva gli che sorridevano non sembrava arrogante ed anzi quella gratitudine che traspariva dai suoi occhi quasi mi intimidì.

Sembrava davvero una persona apposto, sembrava, in fondo chi lo conosceva alla fine poteva essere chiunque, un maniaco sessuale, o un pedofilo, di certo non lo avrei potuto valutare da poche parole. Dopo aver parlato della sua pratica, rinviai il controllo finale dei documenti ad un altro giorno, che appuntai anche sull’agenda, l’uomo mi salutò senza mai staccare i suoi occhi dai miei, e nel prendermi la mano per salutarmi sentì qualcosa nello stomaco, tipo una morsa.

Ci risiamo dissi tra me, ti sei di nuovo innamorata, aspetta non costruire castelli in aria se non sai, e con queste parole raffreddai il mio cuore che ormai correva lontano. Ma anche se al cuore avevo fatto una doccia fredda, i pensieri continuarono a correre tumultuosi nella speranza che stavolta mi fosse capitato un pesce grande.

Trascorsero un paio di giorni sempre a combattere tra nuove pratiche e scadenze, cercando di coniugare il lavoro con le responsabilità di casa e di un figlio, ma il mio pensiero dolce correva sempre incontro a quei due occhi che sorridevano, che il tempo aveva reso ancora più affascinanti.

Un giorno mentre andavo in ufficio mi fermai ad ammirare la vetrina di un bar, tutta agghindata a festa ed attraverso i vetri lo riconobbi, stava prendendo un caffé con degli amici. Indossavo l’impermeabile ed un cappello di lana e conscia d’essere camuffata da befana, entrai posizionandomi alle sue spalle, volevo sapere qualcosa di più di lui, ma le parole che ascoltai non furono quelle che avrei voluto sentire: – Te la ricordi Paola? – Disse ridendo – Quella è stata anche con me, prova vedrai che te la da! E ridendo con leggerezza, aveva gettato un infamia grande quanto una montagna su quella che doveva essere una sua amica.

Non conoscevo Paola ma ora mi faceva molta pena, ma ancora di più me ne facevo io, visto che ci avevo creduto ancora. Presi per la coda quest’altro pesce piccolo che aveva fatto sosta per troppo tempo nella mia rete e lo rigettai nel grande mare della vita. Un altro sogno si era infranto altri pezzi da raccogliere, ma che importava oggi potevo contare su me stessa e l’amore non era più il solo scopo del mio esistere, ma le lacrime non ascoltarono questo mio dignitoso pensiero, la delusione era troppo profonda.

L’amore restava comunque il più bel regalo che la vita avebbe potuto farmi, seppur felice del mio essere donna non mi sentivo realizzata e non avrei smesso di cercare l’uomo con il quale completare la donna che ero. Ripresi a camminare con passo lento, come se un grosso camion mi fosse passato sopra, ma il sole nel cielo splendeva ed avrebbe continuato a splendere anche se sul mio viso pioveva a dirotto.

Cleonice Parisi

4 pensieri su “Donna domani

Sab73Pubblicato in data3:32 pm - Gen 1, 2009

Anch’io sto cercando il più bel regalo della vita ma nella mia rete non è ancora entrato il pesce giusto… Adesso so che non sono sola, purtroppo o per fortuna.
Grazie Cleo per lasciarmi leggere nel tuo cuore…

CleopaPubblicato in data5:19 pm - Gen 1, 2009

:))))) Il mare è pieno di pesci…tu stendi le reti …un delfino di luce potrebbe capitare tra tanti merluzzi :)))

peppino fieniPubblicato in data8:58 am - Apr 25, 2009

Molto simpatico, l’autoironia, insieme ad una ricerca prudente,perché c’è sempre un assente, l’altro che si mimetizza tanto, ma il suo personaggio non è mai saggio è sempre e solo un assolo, rimarrà sempre da solo, limitandosi a gioire di scollature e conquiste che sono sempre inutilmente in vista.

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