


L’orizzonte dell’Aquila Grigia – Fiaba
Primo premio per la narrativa al concorso Padrer Willi 2005- Torino
L’orizzonte dell’Aquila Grigia
Nei pressi del Fiume Grande si era stabilita ormai da tempo l’antica tribù dei Maoni, a capo dei quali vi era il grande re Atropos, da tutti soprannominato Aquila Grigia a causa del suo spiccato acume. Le frequenti battaglie, l’organizzazione sociale del popolo, e persino la funzione di giudice nelle frequenti controversie che nascevano tra la gente, erano di sua competenza.
Tra i mille doveri di un re, Atropos aveva trascurato un altro suo importante impegno, quello di assicurare continuità alla lunga stirpe delle aquile, con un figlio. Ormai quarantenne il grande re era in netto ritardo rispetto alle tabelle biologiche del villaggio, le frequenti pestilenze e le necessarie battaglie mietevano molte vite. Quella sera il consiglio superiore si sarebbe riunito proprio per affrontare quel problema. L’antica tribù dei Maoni rischiava di sparire se alla morte di Atropos nessun legittimo erede ne avesse preso il posto.
Gli anziani attesero che Atropos giungesse, al suo arrivo Freccia di Fuoco il più anziano prese la parola dicendo:
Grande Re, le stelle hanno parlato di troppe lune passate sul tuo capo, è giunto il momento d’assicurare un erede al tuo popolo, possa la voce del tuo cuore parlarti con le stesse parole.
Atropos ascoltò in silenzio quelle sagge parole e poi espresse il suo pensiero:
Conosco i doveri di un re, possa la madre Luna indicare agli anziani colei che dovrà divenire mia sposa.
La consorte del Re, secondo la legge doveva essere scelta tra le figlie del popolo in età da marito, e dopo notti e notti di preghiera un nome prese a circolare, quello di Atina figlia di Cantas, da tutti chiamata Gazzella che Corre. La giovane aveva un corpo agile snello, proprio come quello di una gazzella, occhi scuri e profondi, lunghi e neri capelli, denti bianchi come le nuvole del cielo.
Quando gli anziani comunicarono la loro decisione ai genitori di Atina il sorriso sul loro volto si spense.
Atina aveva appena quindici anni, ma non era la sua giovane età a preoccupare i genitori, quanto il suo animo troppo proteso ai sogni e non alla realtà della vita, ma le decisioni del consiglio erano legge.
Atina al contrario accolse la notizia con grandissima gioia, i suoi occhi già brillanti e vivaci si accesero di una luce diversa ed un sorriso senza limite le dipinse il volto. Prese immediatamente a sciogliersi le trecce, portare i capelli sciolti era concesso alle sole donne promesse:
Perchè hai sciolto i capelli?
Chiese la madre – ed Atina con lo sguardo fisso verso l’orizzonte ormai preda felice dei suoi sogni più profondi disse:
Madre voglio concedere al vento di giocare con i miei capelli, allo stesso modo con cui il mio cuore ora gioca al sogno di un amore.
La giovane era segretamente innamorata di Atropos. Da mesi lo seguiva durante le sue lunghe nuotate al Fiume Grande. Era l’uomo più bello che avesse mai visto, di grande fascino, intelligenza ed acume, aveva un corpo solido e muscoloso nonostante l’età. Una pelle color ambra che faceva risaltare l’argento dei suoi capelli che portava sempre legati da un codino alla nuca e che solo durante le sue nuotate scioglieva liberi sulle spalle. Quando usciva dal fiume, dopo le sue lunghe nuotate, tutto bagnato con quel suo portamento fiero e i capelli intrisi d’acqua che gli aderivano alla schiena, ad Atina sembrava quasi di rimanere senza fiato per l’emozione intesa. Avrebbe voluto imbrigliare il cavallo impazzito custode dei suoi sogni più caldi, quando immaginando le sue forti mani stringerla e sentendo quel intenso desiderio bruciarle dentro, doveva poi celarsi dietro un mesto e sognante sorriso.
Quando Atropos apprese il nome della sua futura consorte, e capì che si trattava della giovanissima figlia di Cantas, Gazzella che Corre, si oppose alla decisione del consiglio. La fanciulla era troppo giovane per ricoprire una carica tanto importante, ma le stelle avevano parlato agli anziani di una gazzella, e pertanto la scelta era caduta su Atina. La legge permetteva al Re di rifiutarsi, gettando però sulla fanciulla una pesante ombra, pertanto Atropos chiese di parlare con la giovane prima di prendere una decisione tanto grave.
Atina fu condotta dal re, ed insieme presero a passeggiare sino alla riva del Fiume Grande dove si sedettero per parlare. Lo sguardo di Atropos era schermato ad ogni emozione e con tono asettico le rivolse una domanda:
Ora siamo soli, e non devi temere il giudizio della gente, se vuoi puoi anche non accettare di unirti a me. Ritorneremo al villaggio separati, sono il Re e mi è concessa questa opportunità.
Nel cuore della giovane non vi era altro desiderio che quello d’essere amata da Atropos, e allora tremante d’emozione gli rivolse a sua volta una domanda:
Dimmi, ti prego, ti piaccio?
Atropos restò senza parole, non aveva mai visto donna più bella, nel suo viso vi era una luce mai scorta in nessuna, il movimento lento delle sue labbra lo aveva come ipnotizzato, l’avrebbe voluta stringere e baciare sino allo spasimo, ma un uomo, un re, non poteva lasciarsi andare alla passione se non era certo d’essere ricambiato. Sforzandosi allora nel fingere distacco disse: Sei molto bella!
La giovane sembrò delusa ed abbassò lo sguardo, Atropos sentì nascere nel cuore una profonda tenerezza, le prese il viso tra le mani e fissandola negli occhi disse: Potrei essere io, l’uomo degno d’amarti?
Un radioso sorriso illuminò Atina, la quale con una fermezza quasi innaturale o per lo meno inusuale per una fanciulla disse:
Tu sei l’unico uomo a cui concederò il mio amore. Il mio cuore porta impresso a fuoco, le lettere del tuo nome da sempre. Non farti ingannare dalle mie fattezze da bambina, osserva attraverso i miei occhi e riconoscerai la donna che da sempre cerchi. Allunga la mano e liberami da questa prigione, dona alla tua donna la libertà di poterti amare.
Atropos non aveva più dubbi quella donna lo desiderava con la stessa forza con cui lui voleva lei, la prese con passione baciandola. Atina non aveva esperienze nel gioco dell’amore, ma ora ogni movimento del suo corpo era spontaneamente morbido e sensuale. La natura della sua femminilità sino ad allora repressa prese ad accendersi sotto le esperti carezze di Atropos. La giovane possedeva una prorompente sensualità, che come un profumo prese a sciogliersi nell’aria, il re era inebriato dagli aromi sconosciuti che quel corpo straniero emanava. Atina non era una bambina come aveva creduto ma una femmina in grado di risvegliare gli istinti primordiali di ogni uomo. Possedeva l’arte magica che sa rendere folli anche i saggi.
Era un fiore che sbocciava ai caldi raggi del sole, e quel sole era Atropos. La passionalità di quei baci aveva reso il Re avido di maggiori attenzioni, prese Atina trattenendola per i capelli e fissandola negli occhi con grande e profondo sentimento di possesso, che sapeva da solo instillare nella giovane brividi intensi.
Ad Atropos sembrava di essere sulla cima di un altissima montagna pronto a prendere il volo leggiadro nell’aria rarefatta del mattino, ma sentiva le gambe pesanti come se appartenessero alla montagna da cui si ergeva, voleva avere la certezza assoluta che Atina fosse pronta a volare con lui nello stesso cielo:
La passione è un animale che appare quando le costellazioni godono del profumo dei sensi, stiamo per varcare la soglia dell’istintiva passionalità, la pura espressione dei nostri corpi danzerà all’unisono con le nostre anime, sei pronta a volare nel mio stesso cielo?
Atina non rispose con le parole, continuandolo a guardare negli occhi senza staccarli nemmeno per un attimo, si liberò dalla stretta morsa della sua mano che la teneva fermamente per i capelli, e alzandosi in piedi, sciolse il nodo del leggero abitino che indossava restando completamente nuda di fronte ad Atropos. Per il re la risposta fu sufficiente aprì le braccia accogliendola nel suo grembo, e le porte della passione si aprirono per Atropos ed Atina. Quella notte i gufi non osarono cantare la loro litania, ne i grilli disturbare con il loro richiamo d’amore, perché quella notte si sentì un solo canto quello di un aquila e di una gazzella avvolti nella calda passione di un amore che nasceva.
Ora Atina era una donna, ed Atropos per la prima volta si sentiva un uomo completo, in quella fanciulla aveva trovato le emozioni in grado di far trasalire persino un re. Stesi sul prato nei pressi del Fiume Grande presero ad osservare il cielo mano nella mano, Atina era radiosa e felice, e prese ad intonare una dolce melodia, dicendo: Conosci la leggenda di Piccola Luna? No .Rispose Atropos, non si era mai interessato alle tradizioni e alle vecchie leggende, che erano soliti narrare gli anziani, al contrario di Atina che era stata cresciuta nell’ascoltare quelle storie, considerate adatte alle donne e meno ai guerrieri. Ma ora le parole di Atina lo avevano incuriosito e le chiese di raccontargliela:
Questa dolce ma triste cantilena, narra di una storia vera accaduta molto tempo fa. Piccola Luna era una giovane donna, innamorata perdutamente di Coros.
La passione che univa i due giovani aveva dato il suo frutto, e Piccola Luna diede alla luce un bambino. Ma quel giorno di luce, venne offuscato da una funerea previsione del vecchio stregone del villaggio, che era sessualmente invaghito di Piccola Luna e non ricambiato. L’uomo roso dall’invidia andò da Coros iniettandogli nel cuore un veleno per il quale non c’e’ antidoto, la gelosia. Dicendogli che le stelle gli avevano parlato del misfatto di quella donna, e che il bambino nato non era il suo. Il tarlo della gelosia prese a fare il proprio lavoro divorando lentamente le certezze di Coros sino a portarlo alla follia. Dilaniato dalla sua falsa certezza con l’inganno attirò Piccola Luna e il suo bimbo nei pressi del Fiume Grande, lontano dal loro villaggio e lì dopo averle confessato il suo sospetto nel baciarla con passione le conficcò una lama nel cuore.
Si dice che il cuore della giovane, continuò a palpitare ancora qualche istante, solo per giurare ancora una volta a Coros la sincerità del suo amore, e seppur morente lo pregò di non abbandonare il bambino, ma l’uomo non aveva più desiderio di viver,e e si buttò nel Fiume Grande lasciandosi morire. Quel triste giorno tre vite stavano per spegnersi quella di Piccola Luna, ignara fanciulla innamorata dell’amore, che aveva concesso tutta se stessa in virtù di quel grande sentimento, quella di Coros innamorato della sua donna come del suo respiro, e la vita del loro piccolo segnato da un destino ancor più tragico quello di morire di stenti.
La luna eterna consigliera degli uomini, fu toccata al cuore da quella triste storia, raccolse Piccola Luna e Coros portandoli con se in cielo, e ne adottò il figlio in terra. Da allora si racconta che alla radici del nostro popolo vi è un figlio di donna cresciuto dalla luna e che pertanto le nostre origini sono per metà divine. Per questo motivo il simbolo del nostro popolo è rappresentato da due lune una piccola ed una grande ed il ritornello della canzone dice: Luna adesso sei madre, ma chi fece di te una donna non è. Dimmi luna d’argento come lo cullerai se le braccia non hai.
Atropos era commosso per la storia e stupito da quella giovane donna che possedeva un animo nobile e dalle inesplorate profondità, poi le chiese come fai a conoscere le antiche storie del nostro popolo chi te le ha raccontante, e lei con un sorriso disse:
Le anziane, sono solite raccontarci le tradizioni, e l’unico modo che abbiamo per tenerle vive, tramandandocele di generazione in generazione. Vuoi conoscere un mio sogno?
Come poteva risponderle di no in quel momento i suoi sogni era l’unica cosa che gli interessavano e prendendola tra le braccia disse:
Dimmi Amore, qualsiasi cosa sia farò in modo che si realizzi. Ho sempre desiderato seguire il corso del Fiume Grande su di una zattera e conoscere cosa altro esiste oltre il nostro piccolo villaggio. Sono certa che un mondo ricco e meraviglioso ci attende oltre la fitta nebbia che taglia il nostro fiume, ne sento il canto nel mio cuore, ma vorrei conoscere anche le sue albe. Giurami che mi ci porterai.
Atropos era sempre più incantato da quella donna che era davvero una sorpresa meravigliosa sia fuori che dentro, le giurò che avrebbe costruito con le sue mani quella zattera e che l’avrebbe condotta lontano sino a quei luoghi sognati, mentre un ombra veloce passò attraverso i suoi occhi.
E Atina colse all’istante il suo rabbuiarsi:
Cos’hai? Non nascondermi nulla ti prego. –
Ed Atropos:
Fino a quando Gazzella che Corre potrò tenere il tuo passo, le lune della mia vita sono tante, e presto per me si apriranno le porte del cielo. Sino a ieri niente scuoteva il mio animo neppure il pensiero dell’ultimo viaggio, ma ora temo quel momento più di ogni altra cosa, perché solo oggi ho ritrovato il seme della mia felicità nei tuoi occhi. Vorrei avere il tempo di vedere fiorire la pianta del nostro amore.
Atina lo carezzò dolcemente mentre un forte dolore prese a stringerle in cuore, non poteva lenire quella sofferenza che aveva il sapore della verità, e mentre le lacrime le scendevano sul volto con voce rotta dal pianto disse:
Anche l‘aquila sa amare la gazzella, la segue vigile dall’alto del suo volo senza mai perderla di vista, e la gazzella continua il suo cammino nella certezza che sul suo passo c’e’ chi veglia. Le loro due nature sono si diverse e le faranno viaggiare in luoghi distanti, ma cammineranno sempre incontro allo stesso orizzonte, sino al giorno in cui i loro passi torneranno ad incontrarsi, per alzarsi in volo insieme come una sola anima. Quel giorno la gazzella apparterrà all’aquila per sempre.
Bella questa storia – disse Atropos – anche questa appartiene alla leggende della nostra terra?- No questa mi è venuta in mente ora. Rispose Atina, con lo sguardo tra il misterioso e la presa in giro.
La cerimonia che unì Atropos ad Atina fu meravigliosa e la festa in loro onore durò più di una settimana. Non passò molto tempo che la giovane diede al re la felice notizia di essere incinta. Atropos non era in se dalla gioia, ogni giorno scendeva al fiume per costruire la zattera che le aveva promesso, ma purtroppo i lavori procedevano lentamente, perché gli impegni di un re erano tanti. Una vita felice la loro, ogni giorno nasceva sotto il segno del sorriso ed Atina ed Atropos divennero esempio di armonia e saggezza per tutto il popolo, negli occhi del re vi era Atina e negli occhi della giovane consorte la sua forte Aquila Grigia. I mesi trascorsero sereni, e giunta all’ottavo mese Atina incominciò ad accusare un po’ di stanchezza, ormai mancava poco alla nascita dell’erede e le anziane presero a spiegarle il pericolo latente che ogni parto portava in se, ma la giovane ne era consapevole e non si lasciò prendere da ansie inutili, ora il suo pensiero era interamente rivolto a quel piccino che dormiva sereno nel suo ventre. Una notte mentre dormiva tranquilla tra le braccia del suo amato, i primi dolori incominciarono a farsi sentire. Atropos sentendola agitare si svegliò di soprassalto, e bastò che la guardasse negli occhi un istante per capire che era giunto il momento. Atina aveva paura e non riusciva a calmare il battito impazzito del suo cuore:
Ricordi amore al fiume la nostra prima notte, la mia vita è iniziata allora – disse Atina – Ci sono istanti che restano indelebili per tutta l’eternità nel cuore di una donna, l’amore e il coinvolgimento con quale ho vissuto quegli istanti sono bastati a darmi la felicità. Ricordalo, e ti prego non mi dimenticare.
Lo sguardo di Atropos si fece truce, ma comprese che le parole di Atina nascevano dalla grande paura che ora la possedeva e per tranquillizzarla disse:
Non aver paura, le donne del villaggio sanno quello che fanno, affidati a loro con fiducia hanno fatto nascere tanti bambini, andrà tutto bene, ed io nell’attesa di rivederti finirò la nostra zattera .
Atina aveva negli occhi una luce strana, o forse erano le lacrime che le scendevano per il dolore delle contrazioni. Atropos sentiva un nodo alla gola, la condusse nella tenda dove l’attendevano le donne per farla partorire. Fu fatta stendere su un lettino, Atina gli tendeva la mano non voleva farlo andare via, ma le donne lo costrinsero ad uscire. La giovane era una primipara e ci sarebbe voluta tutta la notte. Ogni istante per Atropos sembrava un eternità, corse al fiume per cercare d’ingannare il tempo, voleva che Atina trovasse la zattera completa. Le sue urla disperate erano come veleno sparso su delle ferite aperte per lui, più volte era stato tentato di ritornare al villaggio, ma le anziane erano state chiare, era un momento delicato ed un uomo innamorato ed in ansia sarebbe stato solamente d’intralcio. Dopo un paio d’ore, Atropos però non resistette più e corse alla tenda, quando era a pochi passi dal varcare la soglia, sentì Atina chiamarlo con voce roca e debole e poi il silenzio. Quando il re entrò nella tenda vide l’unica scena che il suo cuore non avrebbe mai voluto vedere, la sua amata Atina giaceva inerte sul lettino, le anziane avevano il volto calato.
Atina era morta, la più anziana si mise in ginocchio ai piedi di Atropos dicendo:
Ti prego perdonami, non c’e’ stato niente da fare, non c’e’ l’ha fatta, era un parto troppo travagliato per la sua giovane età.
L’urlo di del Re si alzò fino al cielo, in preda alla rabbia e al dolore, andò verso Atina e prese a scuoterla come per svegliarla ma dal quel sonno non si era mai risvegliato nessuno, il suo ventre era ancora colmo di quella vita che non era riuscita a nascere, sfilò dalla fondina il coltello e le incise un taglio sulla pancia. Le donne finirono ciò che il re aveva iniziato, tirando fuori una bambina anch’essa senza vita. Il piccolo corpo della bambina fu consegnato nelle mani di Atropos, ed un uomo già piegato dal dolore nell’aver perso la donna della sua vita, nel vedere la sua creatura senza vita, perse quel ultimo barlume di lucidità che ancora lo legava alla realtà. Prese la piccola ed uscì dalla tenda imprecando al cielo mentre con una mano sollevava il corpicino nell’aria.
Luna maledetta, guarda la tua ultima vittima, madre delle madri ti chiamai, ma nessuna madre resta inerte alla morte delle sue figlie.
Detto ciò cadde in ginocchio piangendo. L’intero villaggio era riunito ad assistere alla tenebrosa notte che aveva falciato via tre esistenze quella di Atina, Atropos e della loro piccola bambina. Un silenzio innaturale si diffuse attorno ad Atropos ed una voce femminile gli parlò:
Atina è con me e ti chiede di continuare verso lo stesso orizzonte, la tua bambina vivrà, la chiamerai Piccola Luna, ricorda che seppur lontani chi si ama persegue lo stesso orizzonte. – Chi sei.
Urlò Atropos con rabbia.
Sono colei che osserva dall’alto i suoi figli, colei che chiamate in soccorso quando la disperazione vi cinge il cuore, colei che piange del vostro pianto, sono vostra madre. Non cedere al vento della vita e vola alto con la tua Piccola Luna, Atina sarà con voi .
Poi Atropos udì la voce di Atina dire:
Anche l‘aquila sa amare la gazzella… le loro due nature li faranno viaggiare in luoghi distanti sino al giorno in cu torneranno ad incontrarsi per alzarsi in volo insieme come una sola anima. Quel giorno la gazzella apparterrà all’aquila per sempre. Ti amo.
Intanto il popolo aveva assistito ad un miracolo, una luce intensa aveva illuminato Atropos e la sua bambina, che improvvisamente aveva preso a piangere e a respirare. Atropos riaprì gli occhi da quello che gli era sembrato un sogno, ancora confuso consegnò incredulo la piccola nelle mani amorevoli della nonna, non poteva ancora lasciarsi andare al dolore. Corse dal suo amore voleva condurla verso la pace eterna, e mantenere fede alla promessa fatta. Rientrò nella tenda la ripulì del sangue, e la vestì dell’abito più bello, le pettinò i capelli mentre le lacrime non finivano di scendere, la morte non aveva potuto rubarle la sua bellezza e il suo volto pallido ora la rendeva simile alla sua luna. La zattera era pronta, la prese tra le braccia conducendola in un tenero abbraccio nell’ultimo viaggio verso la morte. La posò delicatamente nella zattera liberandone gli ormeggi, l’intero popolo si era riunito per dare l’ultimo saluto a Gazzella che Corre, che stavolta aveva corso troppo velocemente incontro al suo ultimo viaggio. La madre e il padre erano stretti l’uno all’altra piegati dal più grande dei dolori, la loro piccola figlia sognatrice ora avrebbe sognato per sempre. La zattera prese a seguire il corso del fiume, Atropos corse per molto tempo al suo fianco, e giunto nel luogo che li aveva visti amanti si fermò lasciandola libera di andare.
Amore le lacrime di quest’aquila ti accompagnino nel tuo ultimo viaggio, non posso vivere senza di te, ma camminerò verso quell’orizzonte sino a quando non rivedrò i tuoi occhi. Te lo giuro.
Piccola Luna era l’orizzonte che avrebbe accomunato Atina e Atropos, fino al giorno in cui la gazzella e l’aquila si sarebbero di nuovo incontrate, forse sulla riva di un fiume ancora più grande per spiccare insieme un solo volo verso uno stesso cielo.
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